Adolescenti e suicidio : è solo il bullismo ad uccidere?

E’ di pochi giorni fa la notizia del 15enne romano, che si è tolto la vita impiccandosi con una sciarpa dinanzi al fratellino minore. La giovane età del protagonista e la macabra storia fanno ovviamente scalpore ed ecco che scatta la caccia al colpevole, prontamente designato : a spingere il ragazzo all’insano gesto sarebbero stati gli sfottò dei compagni di scuola per il suo modo eccentrico di vestirsi. Immediati sono lo sgomento e l’indignazione tra la gente e non mancano prove di solidarietà anche in rete, quella stessa che viene chiamata in causa come uno dei luoghi, seppur virtuale, in cui il bullismo nei confronti del giovane si perpetrava. Su facebook pare infatti fosse nato un gruppo che lo prendeva di mira, dedicato al “ragazzo dai pantaloni rosa”; così era conosciuto a scuola per questa sua particolarità, che non era l’unica a renderlo noto tra i coetanei.

Su questa triste vicenda e sulle cause che l’hanno determinata, c’è a nostra avviso da fare chiarezza.

Una chiarezza necessaria perché permette di prevenire, di agire prima che sia troppo tardi.

Il bullismo in questa storia, indicato come il male supremo, ci entra ed ha un peso importante, ma non è l’unico fattore da considerare. Se pure questo fenomeno rappresenta fuori da ogni dubbio una piaga da estirpare, siamo proprio sicuri di poter attribuire ad esso tutte le colpe di un gesto tanto estremo?

Gli sfottò tra adolescenti, purtroppo, non sono cosa nuova. Più o meno gravi che appaiano agli adulti, possono avere e spesso hanno un impatto devastante su chi li subisce, in primis per un fattore anagrafico. L’adolescenza, ormai lo sanno tutti, è l’età difficile per antonomasia, quella in cui l’equilibrio con se stessi è così fragile, così labile, che basta un nonnulla per farlo crollare. L’età in cui non si sa ancora precisamente come si è fatti, cosa piace e cosa no, l’età in cui tutto ciò che conta sembra l’essere accettati dal gruppo dei pari, dai coetanei, pena l’isolamento.

Il giovane 15enne romano, che non è l’unico a fare cronaca di questi tempi, si trovava proprio in quell’età e appunto chi era forse non lo sapeva ancora, sperimentava e dagli altri, che invece un’etichetta da darsi forse l’avevano già trovata, non è stato accettato, è stato deriso. Ma possibile che sia solo questo il motivo di tanta devastante sofferenza?

La fragilità dei giovani non è qualcosa di impossibile da gestire. Se alla sua evidenza gli adulti si arrendono come impotenti, ogni minima perturbazione, ogni minimo ostacolo, può diventare la goccia che fa traboccare il vaso e tutti noi sappiamo, per esperienza diretta o indiretta, quanto la vita sia colma di questi ostacoli, di queste difficoltà e quanto stia a noi imparare ad affrontarle al meglio, sviluppare quella che gli psicologi chiamano resilienza, cioè la capacità, diversa per ciascuno di noi, di affrontare le avversità della vita e addirittura di uscirne rafforzati.

E’ chiaro come gli adulti abbiano nei confronti dei ragazzi l’obbligo, educativo e morale, di aiutarli a sviluppare al meglio le proprie risorse per affrontare la vita. Non possiamo trincerarci dietro ad una società sempre più spesso malata, dietro ai bulletti della scuola, quando ci troviamo di fronte all’estrema fragilità dei nostri figli. L’impotenza che si avverte nelle parole della madre del ragazzo romano (“l’hanno crocifisso!”) è tanto evidente da far rabbrividire. Possibile non ci fosse nulla da fare? Possibile che questo ragazzetto fosse totalmente in balia delle debolezze tipiche della sue età e che nulla si potesse per impedire che dei volgari sfottò lo uccidessero?

Il rischio che si corre dando di fatti di cronaca come questi una visione troppo semplicistica è quello di distogliere lo sguardo dalle risorse concrete che ci permetterebbero di difendere i nostri adolescenti dalla cattiveria della vita. I ragazzi vanno temprati, preparati e, in questo modo, protetti, difesi non solo da un mondo sempre più crudo e cinico, ma anche da loro stessi, dalle loro fragilità, dalle loro debolezze. Titoli di giornali come “l’ha ucciso la rete!” forse ci faranno sentire un po’ meno responsabili, come se non ci potessimo fare nulla, come se a sopravvivere fosse solo il più forte, come nella jungla, quando invece non è così. Quando attribuiamo tutte le responsabilità del caso ad un contesto sociale, mentiamo a noi stessi : siamo noi, gli adulti, in primis, a dover difendere prima i nostri bambini e poi i nostri adolescenti. E possiamo farlo domandando, osservandoli, chiedendoci se sappiano come affrontare certe avversità. Solo così possiamo renderli più forti e solo così, il piccolo bullo, anche lui nostro figlio, anche lui nostra responsabilità, non avrà più un potere tale da togliere la vita ad un coetaneo. Un coetaneo con cui, il giovane bullo ha di certo una cosa in comune : la paura tipica di un’età difficile.
Ma questa è un’altra storia.

di Alessadra Nocerino

written by

The author didn‘t add any Information to his profile yet.
Related Posts

Leave a Reply

Want to join the discussion?
Feel free to contribute!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Subscribe without commenting