Bullismo. La scuola può limitarsi a chiamare la polizia?

Ancora una volta le cronache di questi giorni si riempiono delle gesta di bulli che per di più agiscono in gruppo. La scuola è spesso teatro delle loro bravate: minacciano e picchiano compagni colpevoli di attraversare la loro strada o anche insegnanti che si oppongono alle loro incursioni.

Per evitare di limitarsi a dare addosso la croce a queste sgangherate persone che sono i bulli ed inquadrare meglio il fenomeno bisogna ricordare che una delle caratteristiche più evidenti del mondo in cui viviamo è la violenza. Violenza nel modo di parlare e di rapportarsi agli altri, violenza che si riversa sulle cose e sulle persone, nei luoghi di incontro e nelle famiglie. Per questo è giusto lottare contro ogni forma di violenza ed insegnare il rispetto. Respect, dice una, speriamo, seguita iniziativa negli stadi. Ma c’è da temere che essa abbia effetti limitati.

L’aggressività diffusa è il risultato della competitività estrema e permanente incistata nelle forme più epidermiche del vivere. Gli esempi anche qui si sprecano: oggi le persone hanno un accumulo di tensioni che possono diventare molto distruttive per sé stessi e per gli altri. Ci sono meno regole e meno vincoli; la gente raramente si sente in colpa. Ci sono più opportunità e spesso c’è il malinteso che ciò che conta è primeggiare sempre e comunque; non importa con quale mezzo, eventualmente anche tramite la violenza. Sii qualcuno in ogni modo e ad ogni costo, sembra un moderno imperativo “morale” lanciati a tutti i “belli di mamma tua”.

Il diffondersi delle relazioni aggressive è espressione del modello di società in cui viviamo. Quando va bene questa esternalizzazione aiuta l’affermazione individuale; in negativo, c’è un sacco di violenza, di sopraffazione e di bullismo.

Una serie di fattori sia sociali che individuali e familiari favoriscono la formazione di comportamenti da bullo. L’altro, anziché una persona con cui rapportarsi, diventa un oggetto per dimostrare la propria forza, meglio, la propria prepotenza. La grandiosità di sé ed il predominio sull’altro si rinforzano vicenda. Chi fa il bullo ha bisogno di darsi forza usando gli altri per sgabelli della propria supponente forza (in realtà così facendo nascondono sia a sé stessi che agli altri la loro temuta modestia). In fondo, incontrandoli, si scopre che i bulli sono soggetti fragili e con pochi strumenti che ricorrono alla prepotenza per darsi quell’immagine che altrimenti sono nel profondo convinti di non avere. I bulli diventano corvi sociali da rieducare e spesso con loro si dovrebbero rieducare le loro famiglie.

Chi fa atti di bullismo è di norma una persona con disturbi della personalità e del comportamento meritevoli di trattamenti specifici. Sarebbe bello che si diffondesse la cultura che chi fa il bullo è un malato, che va aiutato e commiserato.
Persone simili fanno però inquinano gli ambienti e fanno stare male gli altri che hanno attorno: danneggiano le cose, tiranneggiano, umiliano, perseguitano: con loro attorno si vive male; e danneggiano altre persone. Anche a distanza di anni ci sono ragazzi e ragazze danneggiati dall’avere subito atti di bullismo; diventano insicuri, ansiosi, sospettosi. Così non si vive più bene e si cresce a fatica: l’ottimismo e l’apertura mentale favoriscono la crescita. Ma come si fa ad averli quando si è stati colpiti dal bullismo? Inseguiti ed umiliati dai bulli ci si può vergognare e addirittura non trovare il coraggio di parlare. Per questo qualche settimana fa in questa rubrica abbiamo parlato di una formidabile iniziativa tesa ad aiutare a tirar fuori le rabbie e le vergogne create dall’avere subito il bullismo. Un’iniziativa che dovrebbe essere applicata nelle famiglie e nelle scuole.

Ma torniamo a chi fa atti di bullismo.
La ricerca sociale ha messo in chiaro che fenomeni distinti come la devianza, i disturbi del comportamento, l’uso di droghe legali o illegali e il bullismo hanno larghi punti di convergenza. Molti studi hanno tentato di spiegare questi fenomeni considerando diversi fattori, come gli aspetti genetici ed ereditari o i disturbi mentali e le caratteristiche della personalità oppure le disfunzioni e le disgregazioni familiari.

Anche i comportamenti da bullo possono essere considerati come un modo per comunicare, per esprimere in modo più torvo e feroce la propria identità.

Alcuni fenomeni però meritano una attenzione particolare e vanno letti congiuntamente: la devianza di gruppo, i giovani multiproblematici ed il bullismo. Spesso questi fenomeni si esprimono nelle bande le cui azioni consistono, in sintesi, nel controllo del proprio territorio, in azioni devianti e delinquenziali compresi i possibili scontri con le bande rivali. Bullismo, vandalismo e furto spesso accadono in forma gratuita come per superare la noia tramite il misurarsi con sensazioni forti. Queste condotte non escludono a volte la commissione di altre azioni strumentali ad ottenere particolari vantaggi, come lo spaccio di droga. Quindi possiamo distinguere anche fra quelli che fanno azioni devianti o di bullismo per la gravità del loro operato:
non sono tutti uguali né tutti affetti da questi comportamenti patologici nella stessa intensità.

Il fenomeno non è tipico di una specifica classe sociale, ma è trasversale a tutti i ceti sociali.

Ad un livello intenso di espressione di violenza, il bullismo è violenza, si identificano tre tipi di soggetti: i violenti con precedenti disturbi mentali, quelli con storie di abuso di sostanze e quelli che presentano contemporaneamente problemi di salute mentale e di abuso di sostanze. A questi si aggiungono come fattori favorenti i problemi scolastici ed i problemi di vittimizzazione.

Chi è attento può con una certa facilità individuare precocemente dove si stanno innescando i meccanismi per strutturare il bullismo per bande. E’ quindi poco sbraitare quando accadono brutti episodi: troppo poco. Occorre raccogliere la sfida secondo un’ottica di prevenzione, intervenendo prima che il reato venga commesso, individuando i soggetti a rischio e sviluppando progetti di promozione delle abilità sociali e personali.
Si sa che programmi di prevenzione globale inseriti nel corso scolastico riducono i comportamenti antisociali e l’abuso di droghe mentre aumentano le competenze sociali, la performance scolastica e l’interesse stesso per la scuola. Questi programmi prevedono di lavorare contemporaneamente e separatamente con gli studenti e coi genitori oltre che con gli insegnanti. E’ altrettanto dimostrato che il programma scolastico di prevenzione dell’abuso di droghe è anche efficace contro la violenza ed il bullismo. Gli studi confermano che comportamenti diversi come l’abuso di droghe, le condotte violente ed il bullismo avendo molte cause comuni, vanno contrastati assieme.

Chi adotta condotte violente e fa il bullo è di solito un frustrato, un rabbioso insoddisfatto, meriterebbe di essere curato e rieducato. Ovviamente quando i fenomeni emergono occorre opporvisi per porvi un argine anche con l’uso della forza della legge.
Ma dalla scuola ci si aspetta che assuma un atteggiamento attivo di anticipazione del fenomeno: deve operare con la famiglia responsabilizzandola, deve collegarsi alle altre agenzie sociali e sanitarie per utilizzarne le competenze, ma soprattutto deve fare i programmi di formazione e prevenzione dei comportamenti violenti e di bullismo e dell’abuso di droghe legali ed illegali. Altrimenti non le resta che chiamare la polizia.

Umberto Nizzoli

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