Leggi Pro Anoressia e inutilità della censura

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Con l’approssimarsi dell’estate scorsa i siti web pro-anoressia sono tornati a far notizia per l’interesse di una (in realtà ennesima) proposta di legge.
Leggo da tempo diverse notizie in proposito e dopo che si sono espressi un po’ tutti, desidero esporre la mia opinione, sicuro che sarà una valutazione inutile e fin troppo sintetizzata.
Perché farlo quindi? Per varie ragioni e perché in Italia, con il prof. Umberto Nizzoli, vanto il primato della scoperta del fenomeno pro-ana e una certa esperienza data dal lungo tempo dedicato al suo studio – pubblicai i primi dati già nel 2004, tramite PERSONALITA’/DIPENDENZE della Mucchi Editore.

La Proposta di legge: MARZANO (..) “Introduzione dell’articolo 580-bis del codice penale, concernente il reato di istigazione a pratiche alimentari idonee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare” è un testo interessante, ma discutibile. Riconosco come la mancanza di studi non agevoli chi vuole intervenire sulla questione. Come ha già avuto modo di dire Nizzoli (già direttore PASM dell’AUSL di Reggio Emilia) conversando con una giornalista dell’Espresso, i dati emersi dalla nostra ricerca sono tutt’altro che aggiornati, ma restano pur sempre gli unici approfonditi e sempre gli stessi a essere utilizzati.

Riconoscendone inoltre la complessità e i molti ambiti con cui il fenomeno interagisce, voglio provare a esporre brevemente il perché ritengo inefficaci e dannose queste proposte di legge.

Partiamo da una semplificazione: se anoressia, bulimia e altri DCA fossero patologie “contagiose”, ovvero causate dalla vicinanza o dall’incentivo di altre persone affette, non discuteremmo più di patologie gravissime che creano sofferenza a migliaia di persone. Basterebbe recidere e isolare il problema, ma purtroppo o per fortuna le cose non stanno così.
Bisogna quindi acquisire che non è principalmente un comportamento di emulazione a causarne l’insorgenza, bensì la presenza di una personalità già sofferente, inserita in un contesto di vita disagiato, con “condizioni psico-sociali predisponenti”. Insomma, se si vuole comprendere questa malattia si deve cancellare l’idea che diventi anoressica una ragazza “che vuole fare la modella”. I motivi sono altri e molto più complessi. Se d’altro canto non lo si vuole comprendere, ci si occupi di altre cose prima di commettere gravi errori.

Inoltre, a monte delle analisi sul fenomeno web pro anoressia, posso affermare che l’ inutilità dell’azione penale ricade in due diversi ambiti: uno di concreta attuazione, cioè di efficacia, e un altro di tipo psicologico, cioè una involontaria incentivazione all’appartenenza a questi gruppi.

Esperienza diretta: una delle cose che notai già undici anni fa, all’epoca della ricerca, fu la velocità di nascita, morte e rigenerazione di questi luoghi virtuali, fossero essi siti pubblici o forum privati o altre forme ben nascoste. Molti ne interpretavano la veloce morte nell’intervento di organi esterni di polizia. In realtà il problema era meramente tecnico: spesso i siti scontravano involontariamente con regole del portale ospitante e, a seguito di controlli automatici, venivano chiusi e riaperti altrove, con velocità e con maggiore difficoltà di reperimento. Inoltre il web rende molto facile l’anonimato, producendo difficoltà enormi nel comprendere chi attivava un sito pro anoressia.
Pertanto sono convinto che nell’era di internet, ove i server intersecano giurisdizioni diversissime, l’idea di censurare e risalire agli autori di questi siti web sia impraticabile.

E veniamo alla questione psicologica. Dal mio studio ho potuto comprendere come questi luoghi rispondano a diversi bisogni di chi vi aderisce, tra i quali il bisogno di sentirsi accettati anche nella patologia e il bisogno di infrangere il proibito, comportamento tipico delle fasi adolescenziali.
Quindi, se da un lato questi siti web sono una miniera d’oro per studiosi e professionisti del settore – per comprendere e meglio rivedere i loro approcci terapeutici – dall’altro attirano un’utenza affascinata dalla segretezza e dall’infrazione delle regole.
Ho anche potuto apprendere come una fascia di chi non si rivolge alle cure specialistiche trovasse nei pro ana un luogo di sfogo, dove dominare sociopatie o solitudini angoscianti. Questo non per legittimare il fenomeno, tutt’altro, ma per far notare come l’eliminazione di questi spazi possa causare danni maggiori di quelli che si spera di risolvere: dichiararli ILLEGALI non farebbe altro che renderne più appetibile l’appartenenza. Spesso si tratta di gruppi con senso di appartenenza, sia virtuale che reale, essendo pratica comune adottare simboli e comportamenti di riconoscimento, tra i membri, nel mondo reale.

In conclusione ritengo che un’azione di tipo penale non sia in grado di prevenire o intervenire sul fenomeno pro anoressia. Dovrebbero invece esserci interventi mirati e preventivi capaci di offrire ai potenziali partecipanti alternative e percorsi più idonei che favoriscano “diversi e più salubri contesti di ritrovo”. Affrontare un “sintomo” (addirittura così evoluto ed elaborato) di una patologia senza averlo adeguatamente analizzato, può causare gravi danni. Pertanto, finché non si interverrà su questo nuovo sviluppo (se di nuovo sviluppo si può parlare) con studi e interventi sociali e psicologici mirati, non si potrà ottenere nulla di positivo, né tantomeno fermare l’espansione e l’ulteriore evoluzione di questa espressione della sofferenza.

Agostino Giovannini

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