Rabbie Autolesive

Chi ricorda il sogno del ’68, sa delle attese di scuole senza più élite o diversi e della salute finalmente ridata a tutti, anzi nelle mani di tutti nei comitati sociali di gestione. Un sogno simile era apparso durante la Rivoluzione francese quasi 200 anni prima: mai più ospedali, mai più malati.

La rabbia per le ingiustizie e le diseguaglianze si esprimeva nel desiderio di essere tutti uguali, nasceva come un urlo nella foresta umana dilaniata da feroci lotte di potere.

Di quelle ideologie oggi rimane qualcosa laddove l’OMS indica l’esigenza di lottare contro lo Stigma o contro le determinanti di salute che generano laceranti differenze che si ripercuotono in danni per tutti o laddove indica l’empowerment come chiave cruciale di sviluppo delle relazioni terapeuta – utente non più a-simmetriche.

Se la lotta si svolge dentro una cornice storicizzata e seguendo un vettore che la riempie di senso e che ha solidi ancoraggi nelle persone che interessano, quelle che formano il cerchio sociale di riferimento, può essere svolta con lucidità e fermezza; un senso di calma riempie la mente perché ci si sente vocati, spinti a lottare per ragioni superiori.

Ma se ci si sente perduti, se si smarrisce il filo dello sviluppo storico ci si può sentire disperati.

La lotta può appagare. Ma l’appagamento ha spesso bisogno di “dosi” sempre crescenti. Ha bisogno di luoghi, di senso e di tempo.
Crescere è una lotta, un crearsi uno spazio per esserci, avere il senso di esserci. Con altre parole si dice la medesima cosa quando si segnala come compito della crescita quello di formarsi una propria identità. Ma per esserci devo vedere che ci sono, e la persona vede di esserci se gli altri vedono che c’è. La radicale unità di senso che esiste tra l’Io ed il Tu.
Il non raggiungimento di questo obiettivo apre a una indicibile sofferenza, a rabbia e ansietà. Più in generale apre ad una profonda vertigine di dolore e smarrimento, fino ad avere la percezione che tutto, che il mondo stesso possa venir meno.

Nella grande maggioranza i giovani imparano a distinguere le proprie diverse sensazioni, a dire se si sentono annoiati, arrabbiati, depressi o affamati: questa è una parte fondamentale dell’apprendimento emozionale. Ma non tutti né sempre.

Non ci sarebbero mai ragioni sufficienti per gettare via la propria vita affogandola nel consumo di droghe o di alcol. Non ci sono buone ragioni per chi ama sufficientemente sé stesso, per chi vuole mantenere alte più che si può le speranze di crescita personale. Ma non si e’ sempre nelle condizioni di volere davvero bene a sè stessi. Capita che si sia arrabbiati con sè stessi oltre misura. Che non ci si accetti più. Possono esserci molto antefatti che portano a questa condizione.

Una buona capacità introspettiva ed un buon dialogo sulle proprie emozioni e sentimenti proteggono da essere investiti dalle tempeste di rabbia. Ma non tutti l’hanno, né l’hanno sempre.
Tempeste che si scatenano quando non si riesce a sopportare le disperanti ingiustizie cui si è sottoposti, si crede di essere sottoposti.

Può accadere con un padre “cattivo” o una mamma “assente” o con un corpo “impresentabile” o quando non ci si sente “capiti”, non ci si crede “accettati” o “apprezzati a sufficienza”.
L’accumulo di rabbia allora diventa ingovernabile; finchè si scatena, prende una direzione, fuoriesce. Di solito inoltre la direzione è sbagliata: una mortifera aggressività si abbatte su …. chi ha tradito, … sul mondo …. sul proprio corpo … sulla propria vita … sui propri familiari …. sull’individuo che genera la insopportabile frustrazione….Il bersaglio non è casuale: è il luogo che sedimenta la prova dell’esistenza delle ingiustizie.
Nonostante lo sfogo rimane la rabbia, la delusione: raramente quegli sfoghi sono soluzioni del problema; può anzi accrescere.

Accade ad esempio così che alcuni obesi incapaci di esprimere le proprie paure e la propria rabbia, sentano fame e si scatenino mangiando rabbiosamente.
Qualcosa di simile sembra succedere alle ragazze con un disturbo del comportamento alimentare. Può darsi che abbiano un problema con il loro ragazzo e non sono sicure se sono arrabbiate, ansiose o depresse; semplicemente sperimentano una diffusa tempesta emozionale che non sanno come affrontare efficacemente. Imparano a procurarsi una sensazione di benessere mangiando; questa può diventare un’abitudine emozionale fortemente radicata.

Ma quando una tale abitudine rassicurante interagisce con la pressione che le ragazze avvertono a restare magre, ecco aprirsi la strada allo sviluppo dei disturbi del comportamento alimentare.
Questa lotta per far fronte alla confusione emozionale può prendere però anche un’altra strada, ossia di non mangiare affatto: può essere un modo per farti sentire che esercitano almeno un qualche controllo sui sentimenti che le sommergono.

C’è una grande responsabilità, tra le altre, in chi svolge una funzione di formatore, sia esso genitore o un altro adulto incaricato di compiti educativi: è quella di dare sicurezza ai ragazzi ed alle ragazze di cui si occupa di essere ascoltati e capiti. Se non sanno trasmettere questa certezza, i ragazzi e le ragazze loro affidati possono sentirsi smarriti, in balia del vuoto di senso. E’ in quei momenti che può venire la voglia di “sbattersi via”, di farla finita coi torti, di fargliela vedere a quegli insensibili, a quei tali che sanno solo fare soprusi. A quel punto trovano terreno fertile le condotte a rischio in cui droga e alcol possono apparire come soluzioni: un momento di attenuazione del senso di vuoto e di fallimentare inesistenza. Anche certe condotte possono avere economia psichica identica.

La mancanza di ascolto e di considerazione (e comprensione) può divenire l’humus su cui si strutturano abusi e dipendenze in cui il disagio è caratterizzato da una non ben definita insoddisfazione e da un incoercibile desiderio di assumere la sostanza.
Un disturbo compulsivo porta a mascherare una serie di stati emotivi (dalla rabbia alla depressione) e ad un’incapacità di adattamento che si manifesta con sentimenti di scarsa stima di sé, paura di perdere il controllo e difficoltà relazionali.
Ma è così anche ad esempio nel workaholic o nello shopper-holic o nel giocatore ad alto rischio.
Capita ancora così anche nelle bulimie allorché sembra che l’individuo metta in atto, attraverso il sintomo bulimico, un tentativo di soddisfare il proprio bisogno di esprimere la rabbia e l’insoddisfazione (abbuffata e vomito) evitando, però, il conflitto aperto con l’ambiente (segretezza delle pratiche bulimiche). È assai probabile che questa modalità di adattamento (disfunzionale) della persona non modifichi significativamente, nella direzione desiderata, le relazioni con il contesto e che a lungo andare la frustrazione del bisogno di differenziarsi ed individuarsi attraverso l’espressione della rabbia, insieme con le conseguenze invalidanti delle pratiche bulimiche, esponga la persona all’isolamento e all’implosione dell’aggressività, tipici della depressione.

La bassa autostima, il disprezzo per il proprio corpo, la rabbia ed il pensiero prevalente di non riuscire ad essere autonomi mette in atto condotte e gesti autolesivi venate dal mutismo e dall’isolamento o, dall’altro lato da crisi violente e pantoclastiche. Capita che in diverse occasioni questi scoppi d’ira siano bloccati picchiando chi non si era sentito accolto ed ascoltato.
L’importanza di un qualificato aiuto psicoterapeutico è cruciale.

Umberto Nizzoli

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