Satanismo – Considerazioni e riflessioni su una testimonianza diretta dall’«inferno» delle Bestie di Satana

A partire dalla fine di gennaio 2004, con l’uccisione di Mariangela Pezzotta (1977-2004) e i successivi ritrovamenti, a fine maggio dello stesso anno, dei corpi dei giovanissimi Fabio Tollis (1982-1998) e Chiara Marino (1979-1998) ─ il cui efferato omicidio risale addirittura al 17 gennaio 1998 ─ la vicenda delle Bestie di Satana balza in maniera imponente all’onore delle cronache nazionali e non solo, causando incredulità, orrore e preoccupazione, nonché un certo allarme sociale o «panico morale», per utilizzare le parole del sociologo e criminologo americano Philip Jenkins. Altre piste d’indagine si sono in seguito aperte, volte ad accertare possibili connessioni fra i citati delitti ed altri casi di scomparse e morti misteriose di giovani verificatisi nella laboriosa e verde area fra il Varesotto e l’Alto Milanese, zona e territorio di caccia del gruppuscolo denominatosi appunto «Bestie di Satana».

Così, nelle prime settimane dell’estate 2004, mentre molti mass-media si occupavano di satanismo e gruppi satanisti, il più delle volte in maniera impropria e fornendo dati e statistiche a dire il meno fantasiosi, alcuni studiosi (fra i pochi i diversi esponenti del CESNUR, come testimoniano decine di articoli e interviste a quotidiani, radio ed emittenti televisive locali e nazionali risalenti al periodo) richiamavano l’attenzione su un fenomeno peculiare:
quello del cosiddetto satanismo giovanile, «selvaggio» o «acido», fenomeno che deve essere opportunamente distinto rispetto al satanismo organizzato, una cui stima aggiornata degli aderenti in Italia ─ al di là delle caricature massmediatiche ─ giunge comunque a contare meno di duecento membri, suddivisi complessivamente in poche organizzazioni: le due Chiese di Satana di Torino (l’una di orientamento occultista e l’altra razionalista), i Bambini di Satana e alcuni gruppi minori (Eletti di Satana, Loggia Nera, 666 Realtà Satanica).

Le cronache giornalistiche hanno a lungo parlato di un «terzo livello», ovvero di un singolo personaggio o di un gruppo di insospettabili che avrebbero rappresentato la mente dell’organizzazione, di cui gli accusati dei delitti a sfondo satanico rappresenterebbero quindi solamente il braccio operativo; tuttavia non si può mancare di notare come la retorica − si passi l’espressione − del «grande vecchio» accomuni la vicenda delle Bestie di Satana con quelle del cosiddetto «mostro di Firenze», dove parimenti si ipotizza la peraltro mai dimostrata partecipazione ai delitti dei soliti insospettabili con interessi di tipo magico. Al contrario, le tragiche vicende di cui ci occupiamo trovano da sé, e al di là di qualunque congettura, un’agevole chiave di lettura in un modello che gli studiosi di fenomeni magici e del satanismo contemporaneo hanno sviluppato ormai da anni.

Come già evidenziato in un precedente contributo pubblicato nel 2007 su Risky-re, un’osservazione e uno studio serio del fenomeno porta innanzitutto a distinguere fra due ambiti:
da un lato i gruppi organizzati di cui abbiamo detto, dall’altro ─ appunto ─ il satanismo giovanile o «selvaggio» (detto pure «satanismo acido», per la sua associazione pressoché onnipresente con la droga), composto da gruppuscoli di minorenni, adolescenti e giovani (molto raramente con la presenza di qualche adulto), privi di una continuità organizzativa e rituale e di contatti con i gruppi del satanismo «storico» e organizzato. I satanisti «selvaggi» mettono in scena rituali satanici caserecci ispirandosi a film, trasmissioni televisive, fumetti, frequentando particolari siti Internet, alcuni locali pubblici e una certa subcultura musicale. Proprio per le caratteristiche sociologiche dello stesso fenomeno, le statistiche sul satanismo giovanile sono ipotetiche e, in effetti, molti gruppi possono essere rilevati soltanto in occasione di un reato compiuto. Dai dati di polizia che riguardano diverse regioni si può ipotizzare che in Italia siano coinvolti circa un migliaio di giovani, mentre una cerchia più ampia (due o tremila persone, secondo altre fonti cinquemila) adotta stili della subcultura satanica (abbigliamento, simboli, gesti…) senza però partecipare alle vere e proprie attività dei gruppi del satanismo giovanile. Se il satanismo organizzato svolge almeno il ruolo di «cattivo maestro» nei confronti dei giovani che ─ attraverso percorsi dai risvolti sociali problematici ─ approdano al satanismo «selvaggio», attratti spesso dalla tanto mitica quanto immaginaria figura del satanista inteso come un potente signore delle tenebre, è proprio il satanismo giovanile che si rivela spesso veramente pericoloso ed è in tale ambiente che sono maturati negli ultimi anni crimini di vario genere e gravità:
vandalismo e profanazione di chiese e cimiteri, violenza carnale e omicidi, come quello di suor Maria Laura Mainetti (1939-2000; all’anagrafe Teresina Elsa Mainetti, appartenuta all’Ordine delle Suore di Sant’Andrea, proclamata Serva di Dio dalla Chiesa cattolica e di cui è in corso il processo canonico di beatificazione ) il 6 giugno del 2000 a Chiavenna e pure gli episodi legati alle Bestie di Satana, la cui roboante sigla non deve in realtà trarre in inganno facendo pensare a un gruppo con un certo grado di strutture formali, con collegamenti ufficiali a organizzazioni internazionali, sedi, recapiti e quant’altro. Le vite delle vittime e dei carnefici delle Bestie di Satana, così come quelle delle giovanissime assassine di Chiavenna, in linea generale, parlano della frequentazione di ambienti border-line, di droga, teppismo, piccola criminalità, sessualità vissuta all’eccesso e in maniera ossessiva, «male di vivere», noia, adolescenze e gioventù inquiete, grande fascino per tematiche «estreme» quali la morte, il sesso, la disperazione, temi oggetto di interminabili corrispondenze e diari e sono unite da un’inquietante «colonna sonora» di genere hard, black o death rock.

Alla luce di ciò, è senz’altro opportuno inquadrare il satanismo giovanile in maniera peculiare − e come realmente è − fondamentalmente come un fenomeno di disagio, che non richiede perciò in prima battuta di essere analizzato con le categorie della sociologia e della psicologia dei movimenti religiosi e magici, anche se considerati in alcuni ambiti ed esperienze estreme , ma con quelle della devianza e del disagio giovanile e infatti, collocandosi in questa linea, la psicologa statunitense Joyce Mercer, nella sua opera Behind the Mask of Adolescent Satanism (Deaconess Press, Minneapolis 1991) che rappresenta uno degli accostamenti più informati ed equilibrati sul tema del satanismo giovanile, lo interpreta adeguatamente come una «maschera» del disagio e della devianza. D’altronde, come scriveva Massimo Introvigne già nel 1994, per alcuni giovani «[…] in un mondo dove il sesso e il turpiloquio non creano più veramente scandalo […] forse soltanto Satana rimane veramente provocatorio» (Indagine sul satanismo. Satanisti e anti-satanisti dal Seicento ai nostri giorni, Mondadori, Milano 1994, p. 362; nuova ed. I satanisti. Storia, riti e miti del satanismo, Sugarco, Milano 2010, p. 350).

Tale approccio e inquadramento del satanismo giovanile oggi trova ampia conferma in una testimonianza diretta di uno degli appartenenti alle Bestie di Satana, attraverso il volume di Mario Maccione, L’inferno tra le mani. La mia storia nelle Bestie di Satana (Piemme, Milano 2011), curato dal giornalista Stefano Zurlo. Mario Maccione nasce nel 1980 da una famiglia che lui stesso definisce medio-borghese e vive nell’hinterland milanese, prima a Cologno Monzese e poi a Brugherio. Per nove anni, dal 1995 al momento dell’arresto nel 2004, fa parte delle Bestie di Satana. Condannato per l’omicidio di Chiara Marino e Fabio Tollis, attualmente sta scontando la pena presso il carcere di Bollate (Milano), dove studia ragioneria.

Come sottolinea Lorenzo Baranzini ─ il quale dedica da anni particolare attenzione al fenomeno del satanismo non solo dal punto di vista degli studi, avendo consacrato ben due tesi di laurea all’argomento, ma anche per questioni professionali, prestando infatti servizio come Assistente presso la DIGOS della Questura di Varese ─ nella sua tesi 666. Religione o disagio sociale? discussa il 14 marzo 2011 e dedicata ad un’analisi sociologica e criminologica del satanismo in particolare nelle sue connessioni con il disagio giovanile, Maccione nel contesto del gruppo si caratterizza come un «[…] personaggio di spicco, […] era considerato il medium del gruppo. Dopo aver fatto uso di sostanze stupefacenti, abuso che faceva già dalla tenera età, cadeva infatti in trance durante le quali veniva impossessato da un demone che impartiva ordini a tutto il gruppo» (p. 81).

Il libro di Maccione, più che un testo da commentare o recensire, è una testimonianza da leggere e si presenta, al di là delle interpretazioni soggettive e certamente viziate dalla logica processuale dello scarico delle maggiori responsabilità di ogni componente di quelle che furono le Bestie di Satana sull’altro, come un’assunzione delle proprie colpe da parte dell’autore, nonché un resoconto del clima folle che i componenti del gruppuscolo hanno vissuto per anni. Scrive infatti Maccione: «Le nostre scelleratezze pesano sulle nostre spalle, sulle mie anzitutto, e non chiedo sconti o indulgenze, proprio io che odiavo il sistema con i suoi riti, i suoi meccanismi, i suoi premi, le sue ipocrisie, o almeno così mi pareva allora» (p. 7).

Per descrivere la sua essenza di giovane satanista in una lapidaria espressione l’autore così si esprime: «Ero antiborghese, ero anticristiano, ero antifamiglia, ero antitutto» (p. 7); tale «filosofia di vita» si declina in atteggiamenti pratici di vandalismo e devianza: «Ormai, abbiamo superato tutti i limiti. Orge, messe nere, prove di coraggio. E furti nei cimiteri, come nei film gotici. Con raid notturni portiamo via di tutto: statue, crocifissi, immagini della Madonna» (p. 55).

Anche il sesso ha, dunque, un ruolo essenziale: «Io credo che il satanismo in buona parte esista per via del sesso» (p. 55); «L’orgia è bellissima. Sesso sfrenato. Sensazione di libertà. Ebbrezza» (pp. 53-54), tuttavia «Le orge in cui la libertà più sfrenata convive con sentimenti oscuri: è in quelle ammucchiate che impariamo a odiarci. E a coltivare l’arte dell’odio e della vendetta» (p. 61). Infatti: «Al processo si diranno tante belle cose, si costruiranno teorie complesse e complicate […], ma la verità è molto più semplice. Terra terra. Banale. Fabio [Tollis] è morto anzitutto per una questione di donne. Di gelosia. Di rispetto mancato verso capi e capetti di un gruppo che pure non avrà mai un leader vero. E riconosciuto» (p. 59).

Quanto all’aspetto rituale, a conferma che esso appare ampiamente sottovalutato nel contesto del satanismo giovanile e spesso fornisce solo uno sfondo per coltivare altri interessi e attività, Maccione riferisce: «Le orge sono la massima manifestazione del satanismo. Perché di satanico c’è ben poco. Quei discorsi iniziali, talvolta preceduti da una messa nera. Un po’ di simboli e poco altro. Niente di che» (p. 143), infatti: «Così la messa nera, che mi sembra una vera buffonata, è l’esca per trovare ragazze disponibili […]» (p. 54).

Sussiste poi come collante del gruppo la componente rock: «Brutal death metal che di più non si può. Sembriamo serial killer e forse lo siamo. Di sicuro, lo stiamo diventando. I ragazzi che assistono alle nostre performance si esaltano, tanto nessuno capisce il nostro inglese che cola morte, crocifissi, Madonne calpestate, preti sodomizzati e massacrati. Se qualcuno avesse la percezione di quello che stiamo gridando, rabbrividirebbe. Ma non è così. L’incoscienza, l’inconsapevolezza, la più satanica anestesia mentale ci avvolgono e ci accompagnano» (pp. 61-62).

A conferma del fatto che le droghe e l’alcol svolgono un ruolo chiave nei gruppi di giovani satanisti, Maccione si sofferma inoltre, più volte e dettagliatamente, sui pericolosi intrugli caratterizzanti le nottate e l’ordinaria quotidianità delle Bestie, ad esempio parlando dei suoi approcci al mondo dell’occulto: «Io invece ho capito che l’Lsd è la chiave di tutto. È la sorgente della mia nuova spiritualità. Mi dà una strana sicurezza. Aumenta la confidenza con i demoni che bussano alla mia vita» (p. 40) e, ancora: «La droga è il mio metronomo. La droga è la mia musica e tutto il resto» (p. 56), sino a giungere all’utilizzo del peyote e di funghi allucinogeni scoperti nel corso di un viaggio ad Amsterdam. «Cazzate giovanili. Da shekerare con gli altri ingredienti della nostra vita: l’Lsd, la cocaina, le micropunte di acido lisergico» (p. 61). Questi mix micidiali offuscano i ricordi e, spesso, li confondono con sensazioni, fantasie, allucinazioni e incubi: «C’è troppa violenza. O forse ce n’è troppa nei miei ricordi. Vaneggio. O no? Flash. Frammenti. Immagini. Allucinazioni» (p. 71); «Strafatti. Io più di tutti. Faccio fatica a essere presente. Ci sono giorni, giorni che si allungano a settimane, in cui sono spento. Immerso in un black out. Fuori uso. Vivo, agisco, faccio, ma non ricordo, non seguo un filo, non distinguo il reale dall’immaginario» (p. 56). Questo rende anche il racconto scritto a tratti ipotetico e confuso, ma è tale la vita delle Bestie di Satana: un continuo oscillare fra incubi, visioni oscure e allucinazioni, attraverso la lente delle quali si dipinge di nero anche la realtà quotidiana, che perde qualunque senso e valore, tant’è che l’impegno scolastico si riduce per Maccione a un puro optional. Una vita priva di interessi, se non «[…] l’alcol, la droga, il sangue. Se il tappo salta, c’è da avere paura» (p. 69).

E il «tappo», purtroppo, salterà la notte del 17 gennaio 1998 nei boschi di Somma Lombardo: «Però la morte, non so bene come, comincia davvero a fare capolino nei nostri pensieri, nei nostri discorsi. E presto danzerà nei nostri atti» (p. 71), attraverso la «prova finale» (p. 82): «Perché proprio quel giorno? Perché di sabato per me e per Fabio [Tollis] è più facile uscire. Capisco che la spiegazione possa sembrare surreale, ma è così. In fondo, siamo dei ragazzini minorenni […] E allora vada per il 17. Si può scegliere il giorno della propria morte perché è il giorno in cui i genitori ti lasciano libero senza problemi. La luna, la luna nera, la luna piena, le stelle, non c’entrano niente» (p. 82).

Maccione racconta, fornendo la sua personale visione e interpretazione per quanto spesso obnubilata nel ricordo dagli effetti causati dall’utilizzo delle droghe nel periodo temporale a cui i fatti narrati si riferiscono, le vicende precedenti e successive l’omicidio di Chiara Marino e Fabio Tollis ─ sul punto, notiamo peraltro che, come ben emerge dal lavoro di ricostruzione sui documenti processuali e su altre fonti investigative di Lorenzo Baranzini (cfr. op. cit., pp. 69-85), si possono rilevare discordanze talora ampie nelle versioni fornite dai diversi protagonisti ─; gli strani suicidi e scomparse di giovani entrati in contatto con il gruppo; la vicenda dell’uccisione di Mariangela Pezzotta (1977-2004) nella notte fra il 23 e il 24 gennaio 2004 presso uno chalet immerso nei boschi di Golasecca (Varese) per mano del suo ex fidanzato, Andrea Volpe e dell’allora fidanzata di questi, Elisabetta Ballarin (episodio per cui Maccione risulta estraneo); sino agli interrogatori e all’arresto dello stesso Maccione il 4 giugno 2004.

L’autore narra però anche il seguito della sua storia: la vita in carcere, i tormenti, i rimorsi per avere ucciso il suo migliore amico e il tentativo di riappropriarsi della propria vita: «La vita. È banale dirlo, ma finalmente comincio ad amarla» (p. 182). La vicenda di Maccione, in questo, si accompagna a quelle note di altri esponenti delle Bestie di Satana, che hanno a loro volta, in carcere, intrapreso il cammino di recupero: mentre Elisabetta Ballarin ha ottenuto la laurea e può uscire dal carcere per lavoro o per studio, Andrea Volpe si è convertito al cristianesimo protestante evangelico nel 2008, grazie al supporto del pastore Leonardo De Chirico, della Chiesa Cristiana Evangelica di Ferrara, aderente alle Chiese Evangeliche Riformate Battiste d’Italia (C.E.R.B.I.) ; Nicola Sapone, altra «figura di spicco» (L. Baranzini, op. cit., p. 74) del gruppo, se non addirittura «capo» (Ibid., p. 80), il 29 luglio 2008, iniziando la collaborazione con il quotidiano on-line La Voce, ha scritto un articolo sulla Messa cattolica, che ormai frequenta regolarmente in carcere, raccontando di averne scoperto il valore.

A tal proposito Maccione scrive nel suo libro: «[…] la Bibbia. Ora non la pilucco più come una volta per cercare versetti tenebrosi e descrizioni della Bestia. Ora la leggo con rispetto e cerco di capire. […] Ho capito che la Chiesa è fatta per il bene, per il bene dell’umanità, anche se non sempre lo pratica. Intendiamoci. Io non credo, sono anche andato a messa, ma la scintilla della fede non è scattata, non credo a Dio né a Satana, ma non importa. Ora rispetto, ora non bestemmio più. Ora scruto il cielo senza arroganza» (p. 178). Rimane tuttavia in maniera curiosa e discutibile un rimpianto della vita passata: «Delle tante cose che ho fatto, devo dire che le orge mi hanno lasciato addosso sensazioni positive» (pp. 53-54). L’ex membro delle Bestie di Satana afferma invece di avere trovato la luce nel pensiero di Carlos Castaneda (1925?-1998) ─ una delle figure più importanti della religiosità contemporanea, per quanto continui a rimanere un personaggio misterioso ─, i cui libri sono quotidiano tema di meditazione e gli forniscono un’interpretazione anche delle sue esperienze spirituali e occultistiche passate singolarmente e come medium del gruppo, con buona probabilità invece riconducibili in gran parte all’utilizzo in maniera massiccia di sostanze stupefacenti (seppur qualche elemento del racconto finisce per rimanere in maniera inquietante a interrogare il lettore): «Credo con lui che le divinità, i demoni, le facce nel gas, Noctumonium, le visioni, tutto abbia una spiegazione. È un problema di energia: la realtà è fatta di energia. Energia consapevole» (p. 178).

In ogni caso, il libro di Maccione traccia un ritratto nudo, crudo e realista della storia di un gruppo di satanismo giovanile che si è spinto oltre tutti i confini della trasgressione, superando anche quelli della vita e della morte: «Quanta violenza» (p. 165) e, ancora: «Che cosa sono le bestie di Satana? Le orge, il sesso libero. I droga party. Dentro la cornice dell’odio anticristiano e del disprezzo verso la società. Ma poi, su tutto, la sensazione libidinosa , quel senso del potere, l’idea di avere accesso a un mondo privilegiato, disponibile solo a un élite. […] E credo di avere il mondo ai miei piedi, come nella tentazione evangelica» (pp. 118-119). D’altra parte, come abbiamo avuto modo di sottolineare ormai svariate volte occupandoci della tematica del satanismo, affermando il satanista il proprio diritto di prevaricare sul più debole, di ridurlo a un oggetto per la sua brama di potenza, di ricchezza e di piacere sessuale, ci ricorda quello che molti pensano e che varie ideologie del Novecento hanno nascosto dietro alcuni pretesti. Il satanista, da questo punto di vista, toglie la maschera a una certa modernità e la rivela nuda e cruda per quella che è. Inoltre, possiamo anche considerare il fatto che la tragica banalità del male si manifesta all’interno delle Bestie di Satana in una spirale vorticosa di violenza irrefrenabile a cui nessuno può sfuggire, confondendo addirittura funzioni e ruoli: «[…] quel clima indefinito e indefinibile in cui tutti sono vittime e carnefici. Potenziali assassini e morti che camminano» (p. 78).

Tuttavia, pure per i giovani satanisti c’è possibilità di riscatto e un messaggio di speranza, anche se talune scelte e azioni attuate all’insegna della trasgressione o dell’inconsapevolezza talora in un’età estremamente delicata della vita, sono purtroppo per qualcuno irreversibili: «[…] cambiare vita è possibile. Anche se è un privilegio di chi è rimasto» (p. 194).

Tali considerazioni, espresse da chi ha vissuto direttamente e come protagonista un’esperienza così devastante e drammatica, ci confermano peraltro considerazioni che alcuni studiosi di nuovi movimenti religiosi e magici (e certamente chi appartiene al CESNUR) da qualche decennio ritengono fondamentali per inquadrare adeguatamente il problema e cercare di affrontarlo con gli strumenti appropriati: al di là della versione caricaturale offerta talora dai mass media, lo studio accurato del satanismo porta a ritenere che i satanisti in realtà sono pochi e che le loro attività veramente criminali sono piuttosto infrequenti. In tale contesto, la soluzione al problema del satanismo − e, in particolare, del satanismo giovanile − passa attraverso un’accorta e veritiera opera di informazione sui suoi reali (e non immaginari) pericoli, che si accompagni con una puntigliosa azione di demitizzazione. I mass media occupano dunque, in tale ambito, un ruolo di grande responsabilità: da un lato non possono ignorare il satanismo soprattutto quando si verificano episodi gravi, dall’altro però non dovrebbero enfatizzare il fenomeno, attribuendogli una rilevanza statistica che non ha e dare spazio a sedicenti «esperti» che, gonfiando le cifre, pur magari in buona fede, pensando di combattere i satanisti, ma si rivelano invece loro alleati. Il successo del satanismo, soprattutto fra i giovani, è infatti dovuto all’alone mitologico che lo circonda.

Dunque, appare ancora necessario sottolineare che solo un’opera che vada in tale direzione riuscirà ad evitare ulteriori drammi e a considerare i satanisti non come potenti e in qualche modo affascinanti signori delle tenebre, ma piuttosto come dei veri e propri «poveri diavoli».

Andrea Menegotto
(Ricercatore e dirigente del CESNUR – www.andreamenegotto.it )

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